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ALIMENTAZIONE E GRAVIDANZA

IL PEDIATRA E LA FARMACIA AL FIANCO DELLE MAMME

 

Nel corso del primo trimestre l’organismo crea delle riserve di nutrimenti che saranno poi utilizzate per affrontare la crescita particolarmente rapida del bambino durante l’ultimo trimestre. A questo riguardo, l'aumento di peso è un evento assolutamente fisiologico, ma deve essere evitato il sovrappeso, in quanto può favorire l’insorgere di complicazioni come il diabete gestazionale, la gestosi (in breve: aumento della pressione sanguigna e delle proteine nelle urine della madre) oppure causare un parto pretermine. Anche una dieta dimagrante potrebbe avere effetti deleteri per il feto che non riceverebbe un sufficiente apporto di sostanze nutritive. Un’ alimentazione varia ed equilibrata è in grado di coprire il fabbisogno di mamma e feto. L’ eccezione principale è costituita dall’acido folico: l’alimentazione non è in grado di fornire una quantità adeguata di questa vitamina, è quindi necessario assumerne una supplementazione (400 microgrammi al giorno, a partire dal mese precedente il concepimento e fino alla 12° settimana di gravidanza) per ridurre il rischio di malformazioni congenite. Data l'importanza di questa vitamina è consigliabile che tutte le donne in età fertile assumano la supplementazione giornaliera. L’alimentazione raccomandata durante la gravidanza non è molto diversa da quella di una persona adulta sana con qualche attenzione: aumentare il consumo di alimenti ricchi di ferro e calcio (cereali, uova, latte), di verdura, frutta e legumi, e non eccedere nel consumo di dolciumi. Il fegato ed il pesce sono alimenti che devono essere assunti con moderazione. Fegato e derivati contengono un’elevata quantità di vitamina A che, se assunta in quantità eccessive, può causare malformazioni fetali. Il pesce è un alimento dall’elevato valore nutritivo, ricco in acidi grassi omega3 importanti per il corretto sviluppo del feto, ma è anche una possibile fonte di mercurio. E’ quindi consigliabile assumere regolarmente prodotti ittici, ma meglio se non più di due volte alla settimana, scegliendo pesci di volta in volta diversi, dando preferenza a quelli di piccola taglia (p.es. salmone, nasello, sogliola) ed evitando i “grandi predatori” come lo squalo o il pesce spada, la ventresca o il tonno, sono disponibili in commercio integratori di omega3 altamente purificati. Occorre prestare particolare attenzione alle norme igieniche, per evitare alcune infezioni pericolose per la salute della mamma e del feto (p.es. toxoplasmosi, salmonellosi e listeriosi): non consumare carne o insaccati, uova, molluschi crudi o poco cotti e latte o latticini non pastorizzati. Lavare attentamente frutta e verdura, lavarsi le mani prima e dopo la preparazioni dei cibi e prima di mangiare. Per quanto riguarda l’acqua, la gestante, oltre ai propri bisogni, deve coprire anche quelli fetali è quindi opportuno assumerne più di 1,5 litri al giorno. Il consumo di alcol durante la gravidanza va evitato ed è consigliabile ridurre il consumo di caffè e bevande contenenti caffeina.

CARNE NELL'ALIMENTAZIONE

vegani e vegetariani non vivono più a lungo

 

 

La regola per proteggere la salute è la moderazione

Quando se ne fa un consumo moderato la carne non espone la salute a rischi significativi. Per questo non sembra essere necessario mettere al bando tale alimento per promuovere la longevità, anzi, continuare a consumarlo aiuterebbe a garantirsi quell'equilibrio nutrizionale necessario per vivere non solo a lungo, ma anche in salute. A spingere a queste conclusioni è uno studio dell'Università di Oxfordpubblicato sulle pagine dell'American Journal of Clinical Nutrition. “Per vegetariani ed altri non-consumatori di carne sono stati osservati tassi di incidenza inferiore di alcune malattie croniche rispetto a chi mangia carne, ma non è chiaro se ciò si traduca in una mortalità ridotta”, premettono gli autori dello studio, giungendo però poi alla conclusione che, anche se nella popolazione coinvolta nello studio (oltre 60 mila adulti nel Regno Unito) sono state rilevate differenze per specifiche cause di decesso, la mortalità per tutte le cause rilevata tra i vegetariani è paragonabile a quella rilevata tra i non vegetariani. La carne rossa è stata più volte portata sul banco degli imputati in quanto accusata di favoreggiamento dell'insorgenza di gravi problemi di salute, ad esempio dei tumori del colon retto. Negli ultimi mesi le accuse si sono riaccese in seguito alla classificazione da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità della carne rossa come “possibile cancerogeno” e delle carni lavorate come “cancerogene”, ma diversi esperti hanno spostato l'attenzione su quello che sarebbe il vero punto cruciale della questione: la quantità di carne consumata. Lo stesso studio dei ricercatori di Oxford ha infatti svelato che se è vero che per vegetariani e vegani c'è una riduzione della mortalità per tumori al pancreas e del sistema linfopoietico pari al 50% circa rispetto a chi mangia carne 5 volte alla settimana, anche limitarsi a un consumo moderato riduce del 30-45% la mortalità per cancro al pancreas e malattie respiratorie. Per quanto riguarda, più in generale, la mortalità per tutti i tumori, la riduzione osservata in assenza di consumo di carne è limitata a un -10%, mentre concentrandosi sulle prime 6 cause di decesso non è stata rilevata nessuna differenza significativa nella mortalità dei vegani rispetto a quella di chi mangia abitualmente carne. A sostegno del consumo di carne si pongono anche le nuove Linee Guida Alimentari per gli Americani 2015-2020, in cui si esorta al consumo di carne magra e di pollame. Sì alla carne, quindi, a patto che se ne faccia unconsumo consapevole. Come ricordano infatti gli esperti dell'ex Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (Inran, oggi Crea - Centro di ricerca per gli alimenti e la nutrizione), gli studi che hanno associato un elevato consumo di carne – soprattutto di quella rossa e dei salumi - a un aumento del rischio di vari tumori non mancano e le prove scientifiche sono molto forti, ma escludere questo alimento dall'alimentazione può portare a carenze “senza nessun beneficio”. La scelta migliore, consigliano dall'Inran, “è mangiarne poca”.

GLI INTEGRATORI ALIMENTARI


Un mercato in continua espansione

 

Integratori, mercato da 2,5 miliardi con centro di gravità in farmacia

Gli integratori rappresentano un mercato che vale ormai 2,5 miliardi di euro e passa per il 92% dal canale farmacia. Sono i dati che arrivano dalla prima indagine del Centro studi Federsalus sulla filiera italiana degli integratori alimentari: leader in Europa per dimensioni, il comparto è cresciuto nell’ultimo anno di quasi il 9% e si colloca ormai per rilevanza dietro al segmento del farmaco etico e davanti a quello dei Sop-Otc. I ricavi industriali superano il miliardo di euro, l'occupazione è cresciuta del 51% nell'ultimo anno (in controtendenza rispetto alla crisi), il 58% delle aziende ha aumentato il fatturato estero e la quota dell'export vale complessivamente il 18,6% della produzione.
«L'integratore» è il commento di Marco Fiorani, presidente di Federsalus «gioca ormai un ruolo da protagonista nel settore dell’healthcare, ma si muove ancora in un quadro regolatorio acerbo e poco rappresentativo della realtà della domanda e dell'offerta. Servono regole chiare ma anche coerenti con la natura e la destinazione d'uso dei prodotti. Le evidenze del Centro Studi FederSalus saranno uno strumento molto importante per migliorare la consapevolezza dei decision maker in questa direzione».

CELIACI IN CONTINUO AUMENTO

più di 170 mila nel 2014

 

Quello dei celiaci è un “esercito” che continua a crescere di anno in anno e in tutte le regioni, tanto che nell’ultima rilevazione (2014) il ministero della Salute ne ha contati 172.197, cioè ottomila in più rispetto all’anno prima e oltre 23mila sul 2012. E la conta si ferma ai soli diagnosticati, perché le stime dicono che in Italia si potrebbe arrivare anche a 600mila. Le cifre arrivano dalla Relazione annuale sulla celiachia che il Ministero ha inviato nei giorni scorsi al Parlamento, una sorta di “report” clinico-statistico utile da leggere anche alle farmacie.
Per cominciare, la popolazione degli individui affetti dall’intolleranza mostra una netta prevalenza del sesso femminile: sul totale le donne sono più di 120mila, per un rapporto che supera abbondantemente il tasso di due a uno. Decisamente polarizzate anche la distribuzione per fasce di età (poco meno del 91% appartengono alla fascia adulta, il 9,3% da 5 a 10 anni e lo 0,17% da 0 a cinque anni) e quella geografica: il 48% circa dei celiaci vive nel nord Italia, il 22% al Centro, il 19% al Sud e l’11% nelle Isole. Se si scende a un livello di dettaglio ancora maggiore, poi, emerge che la regione con il maggior numero di celiaci è la Lombardia (quasi 30.500 celiaci), seguita dal Lazio con 17.355 e dalla Campania con 15.509.
La celiachia, ricorda in conclusione il Rapporto, è una malattia autoimmune che si sviluppa in soggetti geneticamente predisposti, in seguito all’assunzione del glutine e colpisce in proporzione più le donne che gli uomini. Dopo la diagnosi, saper gestire la propria condizione di celiaco è il punto di partenza per poter organizzare la vita sociale in modo consapevole e sereno. (AS)

Inverno,sei leggende da sfatare


I ''falsi miti'' su come benessere e salute vengono influenzate durante la stagione invernale

Durante l'inverno si può soffrire di allergia, si deve usare la protezione solare e non s'ingrassa necessariamente di cinque chili. Inoltre, allenarsi all'aria aperta non solo è possibile, ma permette di ottenere performance più elevate. Chi è convinto del contrario è vittima dei “falsi miti” sui mesi invernali. Si tratta di leggende che hanno preso piede tra la popolazione, ma risultano prive di fondamento scientifico. Ecco alcuni esempi di convinzioni errate sul modo in cui la salute e il benessere vengono influenzati durante la stagione invernale.

L'aria fredda fa male – Le basse temperature non sono nocive per la salute, né, come si riteneva, “congelerebbero” l'azione del sistema immunitario. Al contrario, il freddo riduce la proliferazione di virus e batteri. E allora, ci si può chiedere, perché in inverno ci si ammala di più? Perché per proteggersi dal freddo le persone tendono a frequentare ambienti umidi, caldi e affollati, dove il rischio di contrarre infezioni virali e batteriche è maggiore.

Non si può soffrire di allergia – Anche se in inverno ci sono meno pollini, la possibilità di entrare in contatto con gli allergeni resta alta per le persone che sono allergiche agli acari della polvere o al pelo degli animali. Per questi soggetti, anzi, durante questa stagione il rischio può essere anche maggiore. A causa del freddo, infatti, si tende ad aprire le finestre per poco tempo, e, di conseguenza, il ricambio d'aria è minore. Inoltre, le muffe proliferano soprattutto negli ambienti umidi, per cui è più probabile entrarci in contatto durante i mesi invernali. Di conseguenza, il naso chiuso e la gola irritata potrebbero essere dovuti a una rinite allergica e non al raffreddore.

L'alcol aiuta a scaldarsi – Anche se nell'immediato determina una sensazione di calore, consumare una bevanda alcolica fa abbassare la temperatura corporea. L'alcol, infatti, provoca l'aumento della quantità di sangue che circola sotto l'epidermide, sottraendola agli organi interni. Questo fa sì che il calore interno venga disperso verso l'esterno e la temperatura interna scenda. Inoltre, l'alcol altera la capacità dell'organismo di tremare e, quindi, di creare ulteriore calore.

La protezione solare non serve – La pelle non va protetta dai raggi ultravioletti solo in estate. In inverno, anzi, le persone risultano maggiormente esposte ai raggi più dannosi perché la superficie della Terra è più vicina al sole. Oltretutto, la neve e il ghiaccio possono riflettere i raggi Uv fino all'80%, per cui potrebbero avere un effetto ancor più nocivo per l'epidermide.

Le donne guadagnano cinque chili – Al di là delle differenze individuali, durante la stagione invernale le donne tendono a ingrassare leggermente. Ma l'aumento del peso corporeo si attesta tra mezzo chilo e un kg, non raggiunge i cinque chili. Oltretutto, il 51% dell'aumento annuo di peso si verifica durante le festività natalizie. Gli esperti però avvertono: se in primavera non si buttano giù i chili di troppo, con il passare degli anni si finisce per aumentare seriamente di peso.

Non bisogna praticare sport all'aperto - Allenarsi all'aria aperta non nuoce alla salute o alle performance sportive. Anzi, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Medicine & Science in Sports and Exercise, quando le temperature sono basse, i tempi di gara risultano migliori e si bruciano più calorie in meno tempo. L'importante, spiegano gli esperti, è non compiere sforzi eccessivi a freddo. Occorre iniziare ad allenarsi gradualmente e aspettare di essersi acclimatati prima di “premere sull'acceleratore”.

ACIDO FOLICO

LA GRAVIDANZA

Si raccomanda alle donne che programmano una gravidanza, o che non ne escludono attivamente la possibilità, di assumere regolarmente almeno 400 mcg (0,4 mg) di acido folico al giorno per ridurre il rischio di difetti congeniti. E’ fondamentale che l’assunzione inizi almeno un mese prima del concepimento e continui per tutto il primo trimestre di gravidanza. L’acido folico (o folato), è una vitamina contenuta nella frutta e nelle verdure: asparagi, broccoli, cavolini di Bruxelles, fagioli, cereali arricchiti, succo d’arancia, avocado, piselli, soia e ceci. Viene utilizzato dall’organismo per la riproduzione delle cellule; è perciò importante per la crescita dei tessuti e degli organi del feto. Purtroppo il nostro organismo non è in grado di immagazzinare grandi riserve di acido folico, e nei momenti di intenso utilizzo, come durante la gravidanza, la quantità assunta con la dieta può non bastare ed è necessario integrare con una dose ulteriore. Ogni giorno tutte le donne dovrebbero assumere almeno 400 mcg (0,4 mg) di acido folico (alcuni integratori sono rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale). Chiedi consiglio al medico o farmacista sul prodotto da assumere. Nuove indicazioni consigliano di assumere acido folico da 3 mesi prima del concepimento; è comunque necessario assumerlo almeno un mese prima del concepimento (per aumentare le riserve) e proseguire per tutto il primo trimestre di gravidanza. Se nella precedente gravidanza si è verificato un difetto del tubo neurale o l’ha avuto qualcuno della tua famiglia, o se sei in terapia con antiepilettici (che riducono l’acido folico nell’organismo) devi assumere una dose maggiore (fino a 5 mg). Assumere acido folico prima che inizi la gravidanza riduce il rischio di basso peso alla nascita e gravi malformazioni del sistema nervoso nel nascituro, con anomalie a livello del cervello e della colonna vertebrale (difettosa chiusura del tubo neurale), che possono determinare aborto o handicap permanenti. La più comune è la spina bifida

I CONTROLLI IN GRAVIDANZA

IL FARMACISTA A FIANCO DELLE MAMME

Il primo appuntamento con il ginecologo dovrebbe avvenire entro la 10a settimana di gestazione per avere il tempo di pianificare nel modo migliore l’assistenza alla gravidanza. Durante questo primo incontro il ginecologo compila un “diario” della gravidanza e prescrive una serie di esami necessari per valutare lo stato generale di salute della mamma. Alcuni esami (come l’emocromo e l’esame delle urine) vengono effettuati ogni mese mentre altri differiranno di mese in mese in base alla situazione della gravidanza stessa. Secondo le direttive del Ministero della Salute alcuni di questi esami sono obbligatori ed esenti da ticket mentre altri sono facoltativi ed a carico totale o parziale della madre. Esami clinici di laboratorio Primo trimestre: In questa prima fase gli esami richiesti sono: emocromo, determinazione del gruppo sanguigno e del fattore Rh (positivo o negativo), glicemia, transaminasi, esame delle urine e una serie di esami sierologici (es. Rubeo Test, Toxo Test, HIV, VDRL/TPHA) per individuare eventuali infezioni in modo da poter intervenire rapidamente per proteggere il nascituro. Un altro esame importante è il Test di Coombs per accertare un’eventuale incompatibilità fra il sangue materno e il sangue del feto. Secondo trimestre: Alla 14a e alla 28a settimana, vengono ripetuti l’emocromo, le urine e si aggiunge la curva glicemica per valutare l’eventuale presenza di diabete gestazionale. Terzo trimestre: In quest’ultima fase della gravidanza, oltre alla ripetizione degli esami del sangue e delle urine, si effettua il dosaggio della PT/PTT (colinesterasi) nel caso in cui la mamma volesse ricorre all’anestesia epidurale (o fosse necessaria un’anestesia per un parto cesareo). Nell’ultimo mese invece si effettua il tampone vaginale per la ricerca di un batterio, lo Streptococco B, che può trovarsi nella mucosa vaginale e contagiare il bambino durante il parto. Le ecografie fetali L’ecografia è l’esame diagnostico che permette di controllare l’evoluzione della gravidanza, le modalità di crescita e sviluppo fetale, la presenza di eventuali anomalie o malformazioni fetali. Sono tre le ecografie generalmente consigliate da effettuarsi a scadenza trimestrale. Ecografia del I° trimestre, da effettuarsi tra l’11a e la 14a settimana di gestazione, visualizza la presenza della gravidanza, il numero di feti, la presenza dell’attività cardiaca e permette di datare la gravidanza. Ecografia del II° trimestre o ecografia morfologica, tra la 20a e la 22a settimana di gestazione ha lo scopo di valutare l’anatomia fetale. Ecografia del III° trimestre o ecografia biometrica, tra la 30a e la 34a settimana di gestazione, necessaria per valutare il corretto accrescimento fetale, la posizione, la quantità di liquido e la posizione della placenta. Sarà comunque il proprio ginecologo, durante il corso della gravidanza, a decidere ulteriori esami o ecografie in caso siano necessari accertamenti più approfonditi.

DEPRESSIONE POST PARTO

LA GRAVIDANZA

Nei giorni che seguono la nascita del bambino molte donne sperimentano un senso di tristezza, ansia, irritabilità, sbalzi d'umore, pianto (la cosiddetta sindrome baby blues). Questi sintomi sono normali e generalmente scompaiono dopo pochi giorni o settimane. Infatti è spesso necessario un periodo di assestamento in cui il nuovo nucleo familiare si ridefinisce e si adatta alle abitudini e ai bisogni quotidiani. Ci sono però alcuni casi in cui le difficoltà iniziali sembrano aumentare piuttosto che diminuire e le neo mamme, così come i neo papà, possono presentare:  profonda tristezza, senso di vuoto, scarso coinvolgimento emotivo, frequenti pianti;  isolamento rispetto alla famiglia e agli amici, o allontanamento dalle attività;  costante senso di affaticamento, disturbi del sonno, eccessi di fame o perdita di appetito;  un forte senso di inadeguatezza o di fallimento;  intensa preoccupazione o perdita di interesse per il bambino;  paura di danneggiare il bambino;  pensieri riguardanti il suicidio. Questi genitori soffrono di “depressione post parto”. Meno frequenti sono i casi di psicosi post parto, che si presenta solitamente come una grave forma di depressione, in cui sono presenti anche deliri (false opinioni, convinzioni bizzarre), allucinazioni (sentire voci o vedere le cose che non sono reali); pensieri riguardanti il fare del male al bambino. Nonostante le cause precise della depressione post parto non siano note è possibile comunque intervenire ed è importante farlo tempestivamente. Se i sintomi che si presentano sono lievi (baby-blues) può essere d’aiuto riposarsi molto, approfittando anche dei brevi sonnellini del bambino. È sempre importante chiedere l’aiuto del partner, di familiari e amici, prendersi cura di sé (curarsi il corpo, vestirsi e uscire anche per una breve passeggiata o prendersi una pausa affidando il bambino alle cure dei nonni o di una baby-sitter dedicandosi ad attività piacevoli). Se i sintomi che si presentano sono invece persistenti è importante rivolgersi ad un medico o ad uno psicologo che valuterà l’opportunità di un intervento, sia esso farmacologico, psicologico (terapia individuale o di gruppo, con il coinvolgimento, se possibile di entrambi i genitori) o sociale (attivazione di reti sociali di supporto al neogenitore con il coinvolgimento del partner, dei familiari, degli amici e di gruppi di sostegno). Questo tipo di disturbo può avere importanti ripercussioni nella vita dei neo genitori, ma anche nella vita dei loro figli. È dunque fondamentale non esitare e chiedere aiuto e consiglio, anche a figure sanitarie.

ALLATTAMENTO E FARMACI

LA NASCITA

Quasi tutti i farmaci passano nel latte materno, ma nella maggior parte dei casi, il neonato ne assume attraverso il latte una quantità molto bassa, che non comporta rischi di effetti indesiderati. Quindi, raramente l’assunzione di farmaci richiede la sospensione (temporanea o definitiva) dell’allattamento. Il latte materno è l’alimento ideale per una buona crescita e una buona salute del bambino. La quantità di farmaco che passa nel latte dipende dal tipo di farmaco, dalla dose assunta e dalla durata della terapia. È perciò consigliabile assumere i farmaci, solo se prescritti dal medico, alla dose indicata e per il minor tempo possibile. Per ridurre la quantità di farmaco presente nel latte può essere utile assumere il farmaco subito dopo una poppata e, se possibile, lasciar trascorrere un intervallo di 3-4 ore tra l’assunzione del medicinale e la poppata successiva. Di seguito sono riportati alcuni consigli sul trattamento di alcune patologie comuni durante l’allattamento. Comunque, questi consigli non sostituiscono il giudizio clinico del medico. Febbre, dolore  Il paracetamolo e l’ibuprofene sono i farmaci da utilizzare, mentre l'acido acetilsalicilico è sconsigliato perché, anche se raramente, può causare effetti indesiderati gravi nel lattante. Tosse e raffreddore Bere molto (meglio liquidi caldi, per es. latte, tisane), umidificare l’ambiente, fare lavaggi nasali o aerosol con soluzione fisiologica sono utili per rendere più fluido il muco. Gli spray per decongestionare la mucosa nasale possono essere utilizzati per 2-3 giorni. Solo gli spray nasali a base di soluzione isotonica o ipertonica possono essere utilizzati per lunghi periodi. Stipsi  Bere molti liquidi, assumere alimenti ricchi di fibre (frutta, verdura), e svolgere attività fisica sono rimedi che in molti casi aiutano a ripristinare la regolarità dell’intestino. In caso di stipsi molto fastidiosa, si possono utilizzare occasionalmente farmaci che non vengono assorbiti dall’intestino, come i lassativi osmotici (per es. lattulosio) o per pochi giorni quelli a base fibre liquide che creano massa. Emorroidi  Frequenti dopo il parto, per ridurre il dolore e l’irritazione è utile cercare di rendere più soffici le feci bevendo molti liquidi, assumendo alimenti ricchi di fibre, olio di oliva e facendo bagni tiepidi per dieci minuti. Se il dolore è intenso, si può assumere il paracetamolo o applicare localmente pomate contenenti anestetici locali. Non ci sono dati sulla sicurezza d’uso dei farmaci a base di flavonoidi in allattamento quindi è preferibile non utilizzarli. Infezioni  Gli antibiotici più comunemente utilizzati possono essere impiegati in allattamento, ma solo se prescritti dal medico. Dentista  Anestesie locali e radiografia panoramica non sono da ritenersi pericolose. Anche per molte (es. ipertensione, epilessia, diabete…) ci sono farmaci che possono essere assunti in allattamento. Il medico o lo specialista sapranno indicare la cura più adatta. Consulta il pediatra se mentre allatti e stai assumendo un farmaco il bambino dovesse avere vomito, diarrea, difficoltà ad attaccarsi al seno, eccessiva sonnolenza o eccessiva agitazione. Questi effetti potrebbero essere dovuti ai farmaci. Il pediatra saprà valutare quale è la causa di questi sintomi.

COLICHE NEL NEONATO

LA NASCITA

Cosa sono? Quando si parla di “coliche” ci si riferisce a crisi di pianto improvviso, incontrollabile e continuo, il viso diventa arrossato, l’addome teso e le gambe flesse sulla pancia; a volte il neonato si irrigidisce e si contorce, emettendo gas dall’intestino (per questo sono dette “coliche gassose”). Quando si riscontrano questi segnali è bene anzitutto consultare il pediatra che escluderà problemi per malattie più gravi. Le coliche gassose possono presentarsi nei neonati nei primi 3-4 mesi di vita, generalmente dal tardo pomeriggio alle prime ore della notte. La comparsa di coliche gassose è un evento piuttosto frequente nei neonati e rappresenta spesso una preoccupazione per molti genitori che non sanno come comportarsi quando il pianto diventa inconsolabile. Le coliche gassose di possono manifestare sia in bambini allattati al seno che con latte artificiale. Come si curano? Esistono diverse “tecniche” in grado di calmare o perlomeno alleviare il pianto del bambino, ma trattandosi di un fenomeno molto complesso non è detto che lo stesso metodo sia efficace per tutti i bambini. Importante, soprattutto per la mamma, è mantenere la calma: il bimbo percepisce infatti l’ansia e il nervosismo che affliggono spesso i genitori esasperati da notti insonni. Alcuni semplici accorgimenti possono aiutare temporaneamente a dare sollievo al bimbo: • allattarlo può servire a rassicurarlo e tranquillizzarlo e se il bambino è allattato al seno, assicurarsi che la posizione sia corretta in modo da evitare che ingurgiti aria; • l’ambiente deve essere molto tranquillo riducendo al massimo gli stimoli esterni come la luce o rumori forti; • con la massima calma consolare e cullare affettuosamente il piccolo con movimenti ritmici, anche salire e scendere le scale può essere utile; • praticare eventualmente un leggero massaggio alla pancia (addome) che, oltre a favorire il rilassamento, può aiutare il bambino a liberare l’aria; • se il bimbo gradisce il bagnetto si può cercare di farlo durante il momento critico perché l’acqua tiepida aiuta a rilassare l’addome e la muscolatura; • verificare insieme al pediatra che nella dieta materna non ci sia qualche alimento che favorisce l’insorgenza di coliche. Non è opportuno somministrare farmaci, in quanto sono risultati poco efficaci. Anche il simeticone, farmaco molto diffuso, è risultato di modesta utilità. Spesso si ricorre all’uso di sondini o clisteri rettali nel tentativo di favorire l’eliminazione dell’aria intestinale, ma questa prassi è da effettuarsi solo dopo consulto con il pediatra.

DERMATITI

LA NASCITA

La dermatite o eczema è una malattia infiammatoria cronica della pelle molto comune, non se ne conosce la causa precisa ma è probabilmente il risultato di una combinazione di fattori ereditari familiari, di stimoli irritanti che possono favorire la secchezza, l’arrossamento e il prurito della pelle. Compare spesso nel 2°-3° mese per regredire spontaneamente durante l’adolescenza o l’età adulta. All’inizio interessa il volto, collo, torace, poi si concentra maggiormente in corrispondenza di gomiti, ginocchia e polsi. Il decorso della malattia è vario con periodi di completa scomparsa (soprattutto d’estate in esposizione solare) e periodi di peggioramento (in inverno, o in seguito a infezioni). La dermatite è caratterizzata da chiazze rosse, che possono formare anche vescicole umide e croste, soprattutto nel bambino più piccolo, con prurito, talvolta intenso, che può provocare anche infezioni della pelle da grattamento. Per prevenirla ed attenuarne i sintomi, utile evitare alcuni fattori ambientali che possano accentuare la secchezza della pelle ed il prurito (caldo, freddo, vento, sudore). In alcuni casi il sapone irrita la pelle; per la detersione è preferibile usare detergenti delicati con base oleosa per mantenere e ripristinare film idro-lipidico cutaneo. Dopo il bagno, meglio tamponare la pelle delicatamente con un asciugamano di cotone senza sfregarla e spalmarla poi con creme idratanti ed emollienti, prive di profumi e conservanti; coprire il bambino lo stretto necessario (il calore aumenta il prurito). Evitare indumenti di lana e fibre sintetiche direttamente a contatto con la pelle. Tenere sempre pulite le unghie del bambino per evitare che, grattandosi, si infetti la pelle. Non esiste una terapia capace di guarire la malattia; solo nelle forme più gravi sarà il pediatra a prescrivere i farmaci più indicati (per es. creme a base di cortisteroidi). Eventuali provvedimenti dietetici vanno concordati con il pediatra così da evitare che, senza motivo, si privi il bimbo di nutrienti essenziali alla crescita. La dermatite da pannolino Il pannolino trattenendo le feci e l’urina, crea un ambiente umido e caldo che favorisce la proliferazione di germi e batteri, con conseguente irritazione della pelle (comparsa di puntini rossi). E’ necessario sostituire spesso il pannolino ed eseguire un’accurata pulizia della pelle con acqua tiepida; evitare saponi e detergenti, che possono irritare ulteriormente la pelle. Asciugare la cute con particolare attenzione alle pieghe. Se non sono presenti ulcere si può usare una pasta a base di ossido di zinco in strato sottile, evitare pomate grasse o assorbenti perché impediscono la traspirazione. Lasciare la zona irritata il più possibile scoperta. Talvolta sono necessari prodotti dermatologici medicati ed alcuni di questi richiedono prescrizione medica. Solitamente in 3-4 giorni il problema si risolve. La crosta lattea La crosta lattea è uno dei disturbi più comuni nei neonati, compare sul cuoio capelluto come una desquamazione della pelle, forma una patina biancastra e uno strato più o meno evidente di crosticine. Il disturbo scompare normalmente da solo, ma si può facilitare la guarigione lavando la testa del bambino con shampoo delicato oppure utilizzando emulsioni lenitive specifiche, cercando di ammorbidire le crosticine e rimuovendole delicatamente con spazzola e pettine.

ASMA

LA CRESCITA

Cos’ è? L’asma è la più comune malattia cronica nell’infanzia e si manifesta con sintomi quali tosse, aumento della produzione di muco, respiro affannoso con sibili (“fischi” che si possono ascoltare appoggiando l’orecchio al torace del bambino o talvolta anche a distanza). Nell’asma la contrazione della muscolatura bronchiale riduce il diametro delle vie aeree, ostacolando il passaggio dell’aria. La frequenza con cui possono comparire questi sintomi varia a seconda dei casi e del grado di controllo della malattia; talvolta possono manifestarsi solo quando il bambino è sottoposto a uno sforzo (asma da sforzo). A cosa è dovuto? L’asma è il risultato dell’interazione tra fattori genetici (se uno o entrambi i genitori soffrono di asma, il loro bambino avrà una maggiore probabilità di sviluppare la patologia rispetto al figlio di genitori senza storia di asma) e fattori ambientali (infezioni virali, fumo di sigaretta, gas di scarico, alcuni farmaci, inquinamento, aria fredda). In alcuni casi l’asma può avere origine allergica come avviene per la rinite e la congiuntivite, provocate da sostanze dette “allergeni”, come: pollini, acari, pelle e peli di cane e gatto. Come si cura? Con i farmaci che dilatano i bronchi (p.es. il salbutamolo) che servono a curare l’attacco acuto e dovrebbero essere sempre a disposizione del bambino. Altri farmaci (p.es. corticosteroidi) riducono l’infiammazione delle vie aeree e prevengono nuovi attacchi. Tali farmaci devono essere normalmente assunti tutti i giorni e necessitano di prescrizione medica. In alcuni tipi di asma può essere necessario assumerli per molte settimane, anche quando il bambino sta bene. In genere i farmaci per l’asma vengono somministrati attraverso un apparecchio chiamato inalatore ed è molto importante che il bambino impari a utilizzarlo in maniera corretta. L’inalatore spray si usa con il distanziatore con tecnica diversa per ogni fascia di età; per tale motivo, è utile richiedere periodicamente al Pediatra chiarimenti sul corretto utilizzo del distanziatore. Anche il farmacista può collaborare nella corretta comunicazione delle modalità di utilizzo di tale dispositivi ai genitori e ai familiari del piccolo paziente. Come prevenire l’asma? Dal momento che l’asma è causata anche da fattori genetici non è sempre possibile prevenirla. Allattare al seno ed evitare di fumare (sia in gravidanza che dopo il parto) hanno, comunque, un effetto protettivo. E’ possibile cercare di prevenire la comparsa di attacchi, evitando l’esp

LA CELIACHIA

LA CRESCITA

Cos’è? La celiachia è una malattia genetica caratterizzata da un’intolleranza permanente al glutine, proteina presente in alcuni cereali (p. es. frumento, farro, orzo, segale, ecc.). I soggetti celiaci hanno una predisposizione genetica a produrre anticorpi contro il glutine. Questi anticorpi provocano però danni ad alcuni organi tra cui l’intestino, con conseguente cattivo assorbimento dei cibi, perdita di peso e ritardo nella crescita. Quali sono i sintomi/segni? I sintomi della celiachia possono essere molti e si sviluppano in fasi diverse della vita. Nel bambino l’intolleranza si evidenzia a distanza di circa uno-tre mesi dallo svezzamento (introduzione del glutine nella dieta) con diarrea, vomito, anoressia, irritabilità, arresto della crescita o calo del peso. Nelle forme che si sviluppano tardivamente, dopo il 2°-3° anno di vita, prevalgono altri sintomi, quali deficit dell’accrescimento della statura e/o del peso, ritardo dello sviluppo, dolori addominali ricorrenti e carenza di ferro (che non si corregge anche se il ferro viene somministrato per via orale). Esistono forme ad esordio tardivo in adolescenza ed anche in età adulta. La diagnosi viene fatta attraverso un esame del sangue in cui vengono dosati alcuni anticorpi e, in caso di positività, con una biopsia dell’intestino per valutare se la mucosa è danneggiata. È tuttavia possibile in alcuni casi evitare la biopsia intestinale quando il sospetto di malattia nasce da sintomi molto evidenti, confermati da due esami che testano gli anticorpi per la celiachia fortemente positivi (>10 volte i valori normali), e una predisposizione genetica per questa malattia. L’esame del sangue viene anche consigliato ai parenti di I grado (fratelli, figli) di soggetti con celiachia. In farmacia sono disponibili test di prima istanza, certificati CE, da effettuare a domicilio o in farmacia con l’ausilio del farmacista. Come si cura? La dieta priva glutine è l’unica terapia che garantisce al celiaco un perfetto stato di salute. Seguendo scrupolosamente la dieta si ha una scomparsa della sintomatologia ed uno stato di salute che è del tutto paragonabile a quello delle persone senza celiachia. Occorre escludere dalla dieta alcuni degli alimenti più comuni, quali pane, pasta, biscotti e pizza. Non tutti i cereali sono vietati; tra i cereali consentiti vi sono riso, mais, grano saraceno, quinoa, amaranto, miglio. La farina di tapioca è consentita per lo svezzamento. Nel preparare i cibi destinati a persone celiache occorre evitare una contaminazione con alimenti contenenti glutine. Occorre tenere presente che anche piccole quantità di glutine, quando assunte frequentemente, possono causare problemi. Utili i seguenti accorgimenti: cuocere in acqua e oli differenti, non mettere in forno contemporaneamente cibi con e senza glutine; utilizzare posate differenti, lavare le mani, lavare il piano di lavoro. Per quanto riguarda i farmaci, la eventuale presenza di amido di frumento fra gli eccipienti, indicata sulla confezione e nel foglietto illustrativo, è per legge in quantità sempre molto bassa e inferiore alla dose ritenuta dannosa per i celiaci, che pertanto possono assumere qualsiasi terapia. Si può vivere benissimo anche senza mangiare il glutine (anzi senza glutine si digerisce molto meglio) ed anche i familiari dei bambini celiaci possono seguire una sana e gustosa alimentazione priva di glutine. In commercio sono disponibili prodotti dietetici privi di glutine. È possibile consultare l’elenco sul sito del Ministero della Salute (www.ministerosa

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